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Sull'importanza e l'utilità dei dialetti (m.dme De Stael 2)

Vorrei spendere solo due paroline sull'argomento: 1.La lingua italiana delle origini nasce dal volgare, cioè dall'imbastardimento del latino. Un processo questo che in linguistica prende il nome di sincretismo linguistico: il latino, o lingua di superstrato, tende ad imporsi come lingua franca dell'Europa proprio nel primo Alto Medioevo, sostituendosi, o meglio sovrapponendosi alle lingue, per lo più autoctone, parlate nelle varie regioni dell'Impero-le lingue di sostrato. Ciò fa sì che il latino perda la sua purezza linguistica e si contamini con le parlate locali, secondo processi vari di cui il più significativo è la "paraetimologia"(un termine di sostrato, non trovando una corretta traduzione nella lingua di superstrato, viene auto-coniato dai parlanti del luogo semplicemente con un calco foneticamente pressoché uguale al termine originale).

2.In Italia e in Germania, a differenza di molti altri paesi europei, l'Unità Nazionale si raggiunge molto tardi (1861-1871). Ciò comportò, a livello politico, dal 1200 all'1800, una significativa frammentazione territoriale e politica che impose nelle diverse parti d'Italia domini e parlate differenti, specie al Meridione. In origine nacquero due potenti scuole linguistiche: la Scuola Poetica Siciliana sotto l'egida di Federico II, che aveva come obiettivo la creazione di una letteratura in "volgare siciliano illustre"( corrispondente ad un italiano assai colto e raffinato, specie sul piano fonetico perché sottoposto ad inflessioni arabe, provenzali, spagnole) e la scuola del "dolce stilnovo" originatasi attorno agli ambienti colti di Firenze. La morte prematura di Federico II (1250) comportò la vincita, tra le due, dello Stilnovo, che divenne da quel giorno il centro egemonico, il fulcro del corretto italiano. Questa tirannia si è perpetuata nei secoli e ha fatto sì, con l'opera capitale del Manzoni, che quella parlata divenisse il vero italiano, eclissando la miriade di letterature "minori" che nel frattempo erano sorte- si pensi al friulano, al ladino parlato in Sardegna, al romano etc..

3.Molti autori hanno tentato di mantenere in vita le lingue "minori", ma senza grande successo- si pensi alle opere giovanili di Pasolini, alla conversione verista del Verga, alla poesia dialettale di Porta, Belli e Trilussa, a "Lu cuntu di li cunti" anonimo del Seicento napoletano, o ancora alla poesia di Giovanni Meli in siciliano. Ciò dimostra che in Italia, mancando un potere accentrato come ad esempio in Francia, ove quasi sin da subito il potere impose il predominio della lingua d'Oil su quella d'Oc, si è mantenuta, al riparo nel sottoscala, una ricchezza immensa che oggi, con l'Unità e la Televisione si è andata sempre più perdendo. In ultima analisi, non mi si venga a dire che un torinese parla l'Italiano e io, che sono siciliano, no, perché oltre a non essere vero, ciò dimostra quanto poco si sia capito della ricchezza che l'Italia ha dentro di sé. Anche il Siciliano è una lingua, "minore" ma lo è comunque, ciò non significa che, come vorrebbero taluni padani, creeremo una società a parte, un moto separatista.

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Comments

Torniamo su questo argomento complesso.

Sulla nascita dell'italiano vorrei soltanto aggiungere che come lingua non solo deriva dal latino ma che è stata contaminata abbondantemente da tutte le lingue e culture con cui è venuta in contatto nei secoli: greca, araba, francese, spagnola; sia nel lessico che nella grammatica. Lo sviluppo di un italiano comune è stato un processo lungo dove l'avvio lo si ha con Dante con la sua Commedia, ma da lì a quello che è l'italiano odierno il passo è stato comunque lungo, e la resistenza e permanenza dei dialetti è stata forte.
Se poi si pensa al detto che dice che l'italiano è "lingua toscana in bocca romana" è chiaro come non si possa considerare l'italiano un derivato diretto di un solo dialetto.

Personalmente non reputo i dialetti come lingue "minori" ma esattamente come da definizione "varianti linguistiche" e come tali sono da considerarsi una ricchezza lessicale ed espressiva, oltretutto derivati da secoli di storia che hanno prodotto opere letterarie di non poco rilievo.

Non penso neanche che abbia una qualsivoglia ragione parlare di un dialetto più importante rispetto un altro, ognuno ha la sua ricchezza, e se proprio gli si vuol dare un peso che lo si faccia considerando la produzione in letteratura.

Definita l'importanza dei dialetti, come elemento culturale, mi vedo invece di contro affermare che l'utilità odierna dei dialetti è scarsa se non nulla nella maggior parte dei casi. Se escludiamo quelle che possono essere le necessità derivate dalla compresione di testi storici, non vedo la ragione per cui uno straniero debba imparare un dialetto, se ha in mente come ragione il fatto che voglia usarlo per parlare con i nativi di una certa regione mi pare essere più un insulto, come dire che taluni abitanti non sono in grado di comprendere ed esprimersi nell'italiano comune.
Se invece l'interesse nasce per un amore puramente linguistico, finalizzato anche a una migliore comprensione della lingua italiana standard, della sua storia e della cultura italiana, allora ben venga lo studio dei dialetti.

 

Studiare le lingue minori (in senso di diffusione geografiaca perché io non credo si possa parlare di dialetti) è molto importante, è dare voce alle minoranze, è guardare il mondo da un'altra prospettiva e condividerlo. L'evoluzione di una lingua verso una direzione piuttosto che un'altra è anche sinonimo di visione differente del mondo. Le diversità sno costruttive nello scambio e non devono essere pensate come contrapposte ma come integranti. Devono esistere ed essere attive per evitare i vari monopoli cuturali, economici, politici ... !

A presto

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